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La Biennale di Venezia
38. Festival Internazionale del Teatro
Tese delle Verginie

Das Kaffeehaus – La bottega del caffè
di Rainer W. Fassbinder da Carlo Goldoni – traduzione Ferdinando Bruni – Regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani – Scene e costumi: Carlo Sala – Luci: Nando Frigerio – Interpreti: Don Marzio: Alessandro Genovesi – Ridolfo: Elio de Capitani – Leandro: Gabriele Calindri – Trappolo: Fabiano Fantini – Eugenio: Nicola Russo – Lisaura: Corinna Agustoni – Pandolfo: Luca Toracca – Vittoria: Marina Remi – Placida: Cristina Crippa

La Bottega del caffé, filtrata attraverso la scrittura corrosiva di Fassbinder, ha segnato il primo incontro del Teatro dell’Elfo con Goldoni: debuttato nell’ottobre del ’91, lo spettacolo portava in scena la versione della commedia che l’autore tedesco aveva rielaborato nel ’69 per il Teatro Comunale di Brema. Dopo Le Amare lacrime di Petra von Kant (novembre ’88), anche di questo secondo testo di Fassbinder veniva salutato da un esito fortunatissimo facendone uno dei titoli cult del repertorio della compagnia, tanto che quest’anno, in un’edizione radicalmente rinnovata, tornerà in scena alla Biennale Teatro 2006 e in autunno a Milano.
Das Kaffeehaus, il nuovo allestimento ideato espressamente per il Teatro Tese delle Vergini, consolida le scelte drammaturgiche del passato – come la contaminazione del testo di Fassbinder con l’originale, in quell’esperimento di “riscrittura al cubo” che costituiva uno dei punti di forza dello spettacolo – ma rinnova il segno neo-espressionista immaginando una Venezia post-industriale che trae ispirazione dall’ambiente stesso dell’Arsenale. L’elemento dell’acqua, che invade buona parte della scena, si sposa con materiali ferrosi e metalli, brandelli di macchine e gru riemerse dal passato prossimo, come dopo un’esplosione atomica o un devastante temporale di piogge acide; la Venezia di Goldoni si confonde con altre città d’acqua, Macao e Hong Kong, tra esotismi, cineserie e visioni di un futuro globalizzato.

Una combricola di relitti umani, di parassiti attenti allo spicciolo e infoiati di sesso, asserragliata tra le mura di questa città nella città, perpetua il suo mercanteggiare. Il denaro è tutto ciò che rimane e, ovunque ci si trovi – bottega, bisca e bordello –, impone le sue regole costringendo i personaggi a un ossessivo calcolo per tradurre rapidamente gli zecchini in dollari, sterline ed euro con tanto di decimali: somme, capitali, prestiti e bolle speculative che si gonfiano e si sgonfiano in un turbinio di cifre e di parole degno di un Ricucci del Settecento e degli scenari della fanta-finanza più attuale.

Il Teatro dell’Elfo, passato attraverso il gioco di specchi e di sdoppiamenti dei Gemelli veneziani – commedia anch’essa crudelissima che Elio De Capitani ha allestito nel 2001 con Ferdinando Bruni nel doppio ruolo dei protagonisti –, si riappropria di Goldoni e lo dissacra ulteriormente, ma al contempo ne rivela l’inedita portata sulfurea per aggiungere un tassello a una comprensione non mummificata e sclerotizzata del nostro grande drammaturgo.

“Fassbinder aveva trovato soluzioni assai intelligenti – sottolineano i due registi – ricreando una drammaturgia assolutamente goldoniana. Il nostro lavoro della prima edizione, che riportava alla bellezza dei dialoghi originali alcune scene piuttosto scarne della versione fassbinderiana, servì a ricostruire, nell’apocrifo, una interessante misura di nuova energia che fece il successo di quello spettacolo. Il segreto è quello di attenersi al Fassbinder drammaturgo ma di lasciar perdere le sue intuizioni registiche, riportando la commedia nel suo ambiente originale: la nostra Kaffeehaus si svolge in una Venezia laida, cupa, infestata dai ratti; abbiamo portato alle estreme conseguenze quell’idea di città aperta, luogo di frontiera che aveva spinto Fassbinder a situare la pièce in una specie di Las Vegas del Far West. Noi ci siamo resi conto che Venezia era proprio questo, un luogo in cui l’interesse mercantile si trasformava in una spinta a mercificare tutto già nell’epoca di Goldoni. Abbiamo anche recuperato dall’autore veneziano il senso di un linguaggio che ferisce attraverso la cerimonia e diviene immagine di un modo in cui le buone maniere sono uno schermo per l’aggressione e la cattiveria”.

Rinnovato è anche il cast con attori cresciuti in questi anni tra le file dell’Elfo accanto ai nomi storici della compagnia e ad alcuni interpreti delle precedenti edizioni: Elio De Capitani è un Ridolfo ammantato di pigra insofferenza napoletaneggiante, Corinna Agustoni una spudorata Lisaura, Cristina Crippa un’energica Placida, moglie del debosciato Leandro, finto conte torinese interpretato da Gabriele Calindri, Luca Toracca, un assatanato biscazziere e Fabiano Fantini, un ottuso e cupo servo Trappolo; i più giovani sono Alessandro Genovesi nel ruolo del sordido Don Marzio, Nicola Russo, il nobile impetuoso pronto a concedere in uso la moglie, Marina Remi, ingenuotta dall’accento bergamasco.

Eletto a “nume tutelare” della compagnia dopo l’esito delle Amare lacrime di Petra von Kant (novembre ’88), Fassbinder rappresenta ancora oggi per l’Elfo, a diciotto anni di distanza, un imprescindibile punto di riferimento; ne sono conferma i progetti succedutisi fino a oggi, dai Rifiuti, la città e la morte (novembre ’98), al festival L’anarchia dell’immaginazione, vent’anni dopo r.w. fassbinder, al recente Come gocce su pietre roventi (gennaio ‘05).

Facendo un bilancio sul successo della Bottega del caffè, i registi Ferdinando Bruni e Elio De Capitani concludevano con queste parole un’intervista a Maria Grazia Gregori: “avevamo una gran voglia di fare i conti con un autore classico come Goldoni; sentivamo di avere ormai gli strumenti per farlo. Grazie al lavoro su Fassbinder abbiamo capito che il confronto con i classici non è più procrastinabile”.

Una dichiarazione d’intenti che si è poi realizzata nelle scelte artistiche dell’ultimo decennio che ha visto alternarsi autori contemporanei tra i più radicali ai nomi più classici della tradizione: i tragici greci, Shakespeare e Goldoni, affrontato senza più mediazioni nel marzo ‘01 con l’allestimento dei Gemelli veneziani diretti da Elio De Capitani e interpretati da Ferdinando Bruni nel doppio ruolo dei protagonisti.

Das Kaffeehaus, la nuova edizione dello spettacolo che verrà proposta alla Biennale 2006, è dunque il punto d’arrivo di questo dialogo, di questo gioco di specchi tra classico e contemporaneo: si rinnova la scelta di una drammaturgica che contamina il testo di Fassbinder con l’originale, in una “riscrittura al cubo” che ha costituito uno dei punti di forza dello spettacolo. “Fassbinder aveva trovato soluzioni assai intelligenti – sottolineano i due registi – ricreando una drammaturgia assolutamente goldoniana. Il nostro lavoro poi, che riportava alla bellezza dei dialoghi originali alcune scene piuttosto scarne della versione fassbinderiana, servì a ricostruire, nell’apocrifo, una interessante misura di nuova energia che fece il successo di quello spettacolo. Il segreto fu quello di attenersi al Fassbinder drammaturgo ma di lasciar perdere le sue intuizioni registiche, riportando la commedia nel suo ambiente originale: la nostra Bottega del caffè si svolge in una Venezia laida, cupa, catacombale, infestata dai ratti; abbiamo portato alle estreme conseguenze quell’idea di città aperta, luogo di frontiera che aveva spinto Fassbinder a situare la pièce in una specie di Las Vegas del Far West. Noi ci siamo resi conto che Venezia era proprio questo, un luogo in cui l’interesse mercantile si trasformava in una spinta a mercificare tutto già nell’epoca di Goldoni. Abbiamo anche recuperato dall’autore veneziano il senso di un linguaggio che ferisce attraverso la cerimonia e diviene immagine di un modo in cui le buone maniere sono uno schermo per l’aggressione e la cattiveria”.

L’allestimento ideato espressamente per il Teatro Tese delle Vergini guarda a una Venezia non solo immaginata ma concreta. I mattoni, le acque e le atmosfere irreali dell’Arsenale si riverberano in una scenografia post-industriale nella quale l’elemento dell’acqua si sposa con brandelli di ferro e metalli, attrezzature e macchine riemerse dal passato prossimo, dopo un’esplosione atomica o un devastante temporale di piogge acide. Una combricola di relitti umani, di parassiti attenti allo spicciolo e infoiati di sesso, asserragliata tra le mura di una città nella città, perpetua il suo mercanteggiare. Il denaro è tutto ciò che rimane e, ovunque ci si trovi – bottega, bisca e bordello –, impone le sue regole costringendo i personaggi a un ossessivo calcolo per tradurre rapidamente gli zecchini in dollari, sterline ed euro con tanto di decimali: somme, capitali, prestiti e bolle speculative che si gonfiano e si sgonfiano in un turbinio di cifre e di parole degno di un Ricucci del Settecento e degli scenari della fanta-finanza più attuale. Il Teatro dell’Elfo passato attraverso il gioco di sdoppiamenti dei Gemelli veneziani – commedia anch’essa crudelissima – ritorna a Goldoni e appropriandosene lo dissacra ulteriormente, ma al contempo ne rivela l’inedita portata sulfurea per aggiungere un tassello a una comprensione non mummificata e sclerotizzata del nostro grande drammaturgo.

Fonte: Teatro dell’elfo

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