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di William Shakespeare
Regia: Elio De Capitani
Traduzione: Dario Del Corno
Scene: Carlo Sala
Costumi: Ferdinando Bruni
Musiche: Mario Arcari e Giovanna Marini
Con Ferdinando Bruni, Elio de Capitani, Ida Marinelli, Luca Toracca, Corinna Agustoni, Massimo Giovara, Cristian Giammarini, Alessandro Genovesi, Marina Remi, Elena Russo Arman, Fabrizio Matteini

DALLA RASSEGNA STAMPA:

De Capitani seguendo la traduzione, facile all’orecchio, di Dario Del Corno, punta molto sulla contrapposizione tra saggezza e slancio, fra capacità di ordire l’inganno e l’ingenuità di subirlo. E punta moltissimo sul lato onirico del testo, mescolandone intelligentemente le suggestioni e ambientandolo in una scenografia che ne accentua la chiave favolistica. C’è una tangibile tenerezza nello smaliziato approccio di De Capitani e dei suoi attori al testo di Shakespeare, scelto quasi come spettacolo delle “svolte” per questo gruppo, cambiato nel corso del tempo, riuscendo però a restare fedele a un linguaggio teatrale personale pieno di forza e di gioco. Maria Grazia Gregori, l’Unità, 14/7/97
Non si pensi a una scelta ammiccante, a concessioni in qualche modo commerciali, anche perché tutto ciò che impronta questa messinscena viene direttamente dalla memoria teatrale del gruppo; è un fatto tuttavia, che raramente una formazione così spiccatamente generazionale abbia realizzato uno spettacolo tanto rispettoso del modello originario: pur suggerendo i bei costumi di Ferdinando Bruni qualche richiamo a una disinvolta attualità – con gli abiti dei duchi che rimandano a un clima da operetta mitteleuropea – De Capitani non esita a calarsi in un’autentica féerie, traendone spunti elegantemente surreali soprattutto per le coreografiche presenze delle fate. Nell’elaborata stratificazione barocca del plot, dove il mondo degli elfi è il risvolto notturno, sfuggente della corte di Teseo, e la recita degli artigiani ne incarna il controcanto grottesco, ogni segmento appare in felice armonia con gli altri, per cui la tenerezza va di pari passo con lo sberleffo, e l’ironia ben si accorda con le componenti più esplicitamente misteriose e soprannaturali. Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore, 20/7/97
La regia di De Capitani è tutta all’insegna dell’amplificazione. Che non è esagerazione né deformazione, bensì l’unica possibile giusta misura trattandosi del Sogno. Tanti e tali sono, infatti, gli echi di questo capolavoro, che la loro, sia pur parziale, amplificazione è la sola giustizia estetica che si può render loro. Dopo la regia dark degli anni Ottanta, De Capitani ce ne propone una più solare in cui ritornano però gli stessi personaggi, gente comune, normale. Così tra l’incanto e le risate, tra misura e esagerazione, tra il giusto e il troppo, questo magnifico Sogno ci parla anche dell’oggi, della nostra vita di oggi, di qui. Luca Doninelli, Avvenire, 20/11/97
De Capitani si diverte a esasperare e rivitalizzare con freschezza tutti i cliché teatrali, esaltando la dimensione del teatro nel teatro, le ambiguità tra il sogno e la realtà, la sarabanda degli incantesimi e delle illusioni. Così gli attori che preparano la recita esplodono in una comicità da varietà, Oberon e Titania con le loro corti di elfi, fate e folletti sembrano usciti da un musical stile Hair o Rocky Horror, riccioluti, capelloni e seminudi. In questo nuovo Sogno la forza perturbante non è tanto quella della sessualità e dei suoi fantasmi, quanto il comico: l’ironia di Ermia, il sarcasmo di Puck, la risata grossolana che scatena Bottom, gli sfottò e gli equivoci. Oliviero Ponte di Pino, Il manifesto, 26/11/97
Il senso di felice sagra, impresso all’azione dalla scena tutta teli e sipari da circo, può rivelarsi ideale per esprimere i diversi piani del testo, usando à grande vitesse le armi del divertimento, dell’invenzione, della continua scoperta… Questo spettacolo è un pezzo di storia per un gruppo che recupera così il gusto per un filone autobiografico, stavolta per chiedersene il senso con l’autore. Franco Quadri, la Repubblica, 7/1/99

Fonte www.elfo.org

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